Ho vissuto sei mesi in Paraguay e domani lascerò questo paese. Nell'inverno paraguagio uscire di casa mette paura, l'asfissia del cemento che cola, un forno soffocante dove pure sembra impossibile sudare. I pensieri ti rimangono appiccicati al cervello, le parole una dispersione inutile di frescura.
Sanno quello che vogliono i venditori di mele e banane, facce dure come schiaffi ormai anima del quotidiano.
Il centro di Asuncion sembra una città bombardata che a stento si sta riprendendo dalla guerra. Già è parte di me il percorrere le sue cuadras oscure e sporche, l'esaminare i suoi angoli sudici e reietti, il sopportare lo sguardo infinito del pueblo alle sue porte. Incrociare venditori di chipa, che si caricano la testa come donne africane, colectivos che come schegge impazzite corrono per le arterie della città, l'odore di vomito e di malessere, la cantilena guaranì , asados quasi in mezzo alla strada, gente che persino al cesso si porterebbe il suo tererè.
Non è una città violenta Asuncion, la gente se ti frega il portafoglio e tu te ne accorgi facendo il muso duro, te lo restiuisce senza problema. I travesti nel centro sono gli unici abitanti della notte, quasi nessuno ti disturba nonostante la tua faccia da gringo si meriti questo e altro.
Bisogna andare nell'interno del paese per vivere la sua terra rossa e il suo verde sconfinato. In una di queste escursioni ci ha sorpreso una tormenta elettrica da fine del mondo, le strade si sono fatte pantano e il bus ha dovuto fermarsi nel mezzo del niente e ritornare indietro. Noi siamo rimasti lì storditi e increduli e alla fine abbiamo raccattato un passaggio da un fuoristrada della polizia. I bambini per le strade ci salutavano mentre noi sobbalzavano felici e scossi dal vento.
I paesini come La Colmena sono la cosa migliore, la verità agreste su come dovrebbe essere la vita. Campesinos callados che si godono il vento regalato. Fiumi che puoi costeggiare alla ricerca del silenzio assoluto della natura o dei suoi rumori misteriosi. Persone cordiali e sorridenti che vendono i prodotti della casa a las ferias de frutillas.
Al verde voglio ritornare e nonostante Asuncion non assomigli per niente a una metropoli del ventunesimo secolo è pur sempre una città rumorosa che ti lascia una crosta di polvere nell'anima. O un labirinto di merci e colori, come il Mercado 4, dove sanno che vuoi spendere e si mordono le mani, ti inseguono con gli occhi e ti leccano il culo. Una esperienza simile a quella in Ciudad del Oeste. Lì l'impressione era che il mercato fosse l'unica possibilità e la città un postribolo venduto al diavolo. Se non vuoi comprare qualcosa non esisti. In dieci minuti en la calle, dieci persone che ti raccomandano un elettrodomestico. Venditori sopra venditori. Taxisti puttanieri, contrabbando-faccendieri.
Tra Asuncion e Ciudad del Oeste così mi sembrò il Paraguay, un paradiso tra due inferni.
lunedì 17 settembre 2012
giovedì 13 settembre 2012
L'importante è partire
Adesso so come si deve essere sentito l'Universo prima del big bang: davanti a un foglio bianco con l'ansia da prestazione. Il desiderio di viaggiare mi è occorso dopo le seguenti fasi:
-voglio una crisi che mi fonda il cervello e uno psicoterapeuta mago che mi dica chi sono;
-voglio leggere i libri degli Iniziati come si fa con i libri delle ricette;
-voglio incontrare un pazzo furioso che mi minacci con una motosega;
-voglio costringere perfetti sconosciuti a sacrificarsi per una causa in cui non credono.
In fin dei conti non c'è niente di più affascinante di vedere il proprio passato in una telenovela messicana di serie b. L'ozio e la pigrizia nel bel mezzo di una realtà sconosciuta, almeno fino a ieri. Viaggiare è sicuramente un modo per mandare a fanculo tutti, anche se stessi. Perchè il se stesso si nutre di facce conosciute, ambizioni condivise, strade risapute, facce usurate. Non chiede nient'altro che fottersi l'abitudine. Siamo come siamo perchè così cresciamo. Vogliamo che ci leggano, vogliamo che ci scrivano, vogliamo che ci notino. Vogliamo che ci apprezzino. Vogliamo che ci capiscano. Ecco, viaggiando mandiamo a fanculo tutti questi meccanismi, per incorporarli e tornare ad esprimerli in un'altra forma.
Prima di andarmene hanno vaticinato il mio futuro quelli che la sanno lunga, dicendo che alla fine mi sarei accorto che non stavo cercando nient'altro che me stesso. Ecco viaggiare è esattamente qualcosa che queste persone non capiscono, sono troppo impegnate ad auto-analizzarsi e evolvere per comprendere la furia beffarda dei kilometri perscorsi senza aspettative. Camminare per consumare scarpe.
Ci sono tanti modi per conoscersi è viaggiare non è assolutamente uno di questi. E' un modo per disconoscersi, smarrirsi, perdersi, dimenticarsi di se stessi. Chissà si arrivi all'estasi per il cammino opposto.
-voglio una crisi che mi fonda il cervello e uno psicoterapeuta mago che mi dica chi sono;
-voglio leggere i libri degli Iniziati come si fa con i libri delle ricette;
-voglio incontrare un pazzo furioso che mi minacci con una motosega;
-voglio costringere perfetti sconosciuti a sacrificarsi per una causa in cui non credono.
In fin dei conti non c'è niente di più affascinante di vedere il proprio passato in una telenovela messicana di serie b. L'ozio e la pigrizia nel bel mezzo di una realtà sconosciuta, almeno fino a ieri. Viaggiare è sicuramente un modo per mandare a fanculo tutti, anche se stessi. Perchè il se stesso si nutre di facce conosciute, ambizioni condivise, strade risapute, facce usurate. Non chiede nient'altro che fottersi l'abitudine. Siamo come siamo perchè così cresciamo. Vogliamo che ci leggano, vogliamo che ci scrivano, vogliamo che ci notino. Vogliamo che ci apprezzino. Vogliamo che ci capiscano. Ecco, viaggiando mandiamo a fanculo tutti questi meccanismi, per incorporarli e tornare ad esprimerli in un'altra forma.
Prima di andarmene hanno vaticinato il mio futuro quelli che la sanno lunga, dicendo che alla fine mi sarei accorto che non stavo cercando nient'altro che me stesso. Ecco viaggiare è esattamente qualcosa che queste persone non capiscono, sono troppo impegnate ad auto-analizzarsi e evolvere per comprendere la furia beffarda dei kilometri perscorsi senza aspettative. Camminare per consumare scarpe.
Ci sono tanti modi per conoscersi è viaggiare non è assolutamente uno di questi. E' un modo per disconoscersi, smarrirsi, perdersi, dimenticarsi di se stessi. Chissà si arrivi all'estasi per il cammino opposto.
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